giovedì 11 marzo 2010

ONE


Complice forse questa folle neve a metà marzo, guardando fuori dalla finestra dell'ufficio, ieri il paesaggio mi è parso più sinistro del solito.

Una serie di pensieri senza logica apparente si sono accavallati, allora ho cercato di trovare un filo logico.

Un pretesto.

Il clima si annunciava ostile già da inizio settimana, un vento gelido soffiava animando oggetti e alberi.
Uscendo da casa mia, mi sono immesso in un viale alberato, dove una serie di macchine continuava a fare slalom invadendo l'altra corsia.

Un ramo era caduto in terra e nessuno lo aveva raccolto.

Mi sono così domandato quanto tempo sarebbe rimasto a terra quell'enorme ramo prima che qualcuno rendesse un favore alla comunità.

Si perché sono queste piccole cose che rendono migliore la vita agli altri.

Respiro l'aria e sembra che tutti i giorni siano intrisi di quel rarrefatto nevischio che si insinuava nelle mie narici.
E' un'atmosfera gelida, dove il concetto di comunità si è evoluto, alterando il nostro senso di condivisione.

Ricordo le navigazioni all'interno degli internet café nella metà degli anni '90, e le discussioni con la mia ragazza di allora, incentrate su quale sito visitare.

Oggi la navigazione di gruppo è impensabile, al limite navighi e poi condividi.

Il web 2.0 ci permette di fare cose veramente interessanti, ma spesso è una egocentrica esistenza all'interno di un sistema pressoché infinito, in continua espansione.

Attraverso la condivisione di link, adesione a gruppi su facebook e semplici click, crediamo che il sistema migliori.

Sarebbe opportuno però accorgerci che mentre le nostre comunità sul web, i nostri blog e i nostri profili su facebook sono sempre più eticamente attivi, ecologicamente coerenti e politicamente indignati, i rami marciscono in mezzo alle strade, ostruendole.
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Ascoltando
U2, Achtung Baby, 1991

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