Certi album musicali, alcune canzoni entrano nella tua vita come il comparire di un'allergia: il giorno prima ne sei immune e tutt'un tratto invece non riesci più a farne a meno.
Così, questa volta, mentre l'asfalto correva sotto di me, il sottofondo era quello di Alanis Morissette.
E’ difficile ricordare quante volte mi sono commosso di fronte a una canzone.
Ancora una volta, dalle casse usciva un arrangiamento così perfetto, sembrava che i musicisti si muovessero all'interno di una stanza il cui pavimento era cosparso di gusci d'uovo.
Da certe sovrapposizioni di note, è chiaramente possibile capire che tutto è in un equilibrio, nel quale basta spostare un'inezia, perché tutto crolli.
Come in un castello di carte.
In una scultura di Calder, ogni elemento si regge grazie a un oggetto complementare, che lo equilibra.
Delicate azioni / reazioni, non onde d'urto.
Prendendo atto che al mondo possono esistere persone in grado di piangere ed innamorarsi ascoltando brani dei Rage Against The Machine e gli MC5, mi sono chiesto: perché nella maggior parte dei casi colleghiamo le emozioni a opere d'arte delicate?
Qual'è il motivo per il quale una tenue canzone di Jeff Buckley, una vellutata scultura di Canova, una lieve fotografia di Stieglitz si legano nella nostra mente a intensi momenti carichi di sentimento?
Forse per contrastare le emozioni, di per sé così forti.
L’amore non accetta un contraltare, al massimo una timida spalla.
Quello che non mi riesco a spiegare è la ragione per la quale siamo così attratti e affascinati dalla delicatezza, dall'instabile bilanciamento e dalla precarietà nell’arte, quando poi cerchiamo nella nostra vita di allontanarci quotidianamente da tali sensazioni.
Probabilmente in questa crisi, l’arte diverrà una forma di espressione solida e monolitica, uno sgraziato dinosauro microcefalo che si farà spazio nella precarietà.
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Ascoltando:
Alanis Morissette, Alanis Unplugged, 1999
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Immagini e idee lasciate decantare, scritte di getto durante notti insonni.
Spunti di ascolto e riflessione.
Un calderone mediatico che utilizza il mio punto di vista.
Una medicina: condividere è guarire.
domenica 8 marzo 2009
lunedì 2 marzo 2009
WE ARE THE PIGS
Sommessamente, mi ritrovo ad osservare il mondo da un oblò, con il risultato però di disinformarmi, come qui spesso denuncio.
La pulce che viveva nel mio orecchio, nell’ultimo periodo ha deciso di piantare famiglia e proliferare.
Da quando l'attuale governo si è insediato, non ho sentito parlare altro che di immigrazione, soprattutto in termini accusatori.
Non vivo pensando che chi siede in parlamento abbia anche il tempo di decidere cosa è meglio dire e cosa è meglio tacere, penso che però il servilismo dei giornalisti e dei direttori possa fare molto in questo senso.
Autocensura.
Giorno dopo giorno ho cominciato anch'io a nutrire sentimenti di odio nei confronti dei delinquenti che, senza permesso di soggiorno, brulicano nel nostro paese.
Iniziavo a pensare che era il momento di arrabbiarsi, di agire.
Per la prima volta ho voluto che venisse ripristinata la pena di morte.
Io.
Poi le idee hanno cominciato a sedimentarsi, le immagini ad essere elaborate, mi sono rilassato...un dubbio si è insinuato...sarà mica l'ennesimo esempio di disinformazione per coprire altre notizie?
L'Ansa batte centinaia di titoli ogni giorno, è compito del direttore di un giornale di selezionarli, così da informare nella maniera più ampia chi riceverà tali comunicati.
Invece ogni giorno tutti i telegiornali propongono le stesse immagini: romeni stupratori.
Giorni fa l'Istat ha deciso di ricordare i dati che ha raccolto inerenti le violenze sulle donne: quasi il 70% degli stupri avviene in famiglia, il 17,4 è ad opera di un conoscente e solo il 6,2 degli stupri denunciati sono commessi da sconosciuti.
Queste sono cose che tutti sappiamo, ma che i mezzi di informazione cercano di farci dimenticare.
Lo stupro per me è paragonabile al delitto, la vittima ne porta con se i segni per tutta la vita, quindi va punito con pene severissime, ma tutto questo parlare di accampamenti, di violenze è pura e semplice disinformazione fuorviante.
Dentro le mura delle nostre case accadono le peggiori angherie immaginabili e noi invece guardiamo la realtà dentro una scatola che vomita falsità.
Lo dicono i dati.
Noi, siamo i maiali.
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Ascoltando:
Suede, Dog Man Star, 1994
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La pulce che viveva nel mio orecchio, nell’ultimo periodo ha deciso di piantare famiglia e proliferare.
Da quando l'attuale governo si è insediato, non ho sentito parlare altro che di immigrazione, soprattutto in termini accusatori.
Non vivo pensando che chi siede in parlamento abbia anche il tempo di decidere cosa è meglio dire e cosa è meglio tacere, penso che però il servilismo dei giornalisti e dei direttori possa fare molto in questo senso.
Autocensura.
Giorno dopo giorno ho cominciato anch'io a nutrire sentimenti di odio nei confronti dei delinquenti che, senza permesso di soggiorno, brulicano nel nostro paese.
Iniziavo a pensare che era il momento di arrabbiarsi, di agire.
Per la prima volta ho voluto che venisse ripristinata la pena di morte.
Io.
Poi le idee hanno cominciato a sedimentarsi, le immagini ad essere elaborate, mi sono rilassato...un dubbio si è insinuato...sarà mica l'ennesimo esempio di disinformazione per coprire altre notizie?
L'Ansa batte centinaia di titoli ogni giorno, è compito del direttore di un giornale di selezionarli, così da informare nella maniera più ampia chi riceverà tali comunicati.
Invece ogni giorno tutti i telegiornali propongono le stesse immagini: romeni stupratori.
Giorni fa l'Istat ha deciso di ricordare i dati che ha raccolto inerenti le violenze sulle donne: quasi il 70% degli stupri avviene in famiglia, il 17,4 è ad opera di un conoscente e solo il 6,2 degli stupri denunciati sono commessi da sconosciuti.
Queste sono cose che tutti sappiamo, ma che i mezzi di informazione cercano di farci dimenticare.
Lo stupro per me è paragonabile al delitto, la vittima ne porta con se i segni per tutta la vita, quindi va punito con pene severissime, ma tutto questo parlare di accampamenti, di violenze è pura e semplice disinformazione fuorviante.
Dentro le mura delle nostre case accadono le peggiori angherie immaginabili e noi invece guardiamo la realtà dentro una scatola che vomita falsità.
Lo dicono i dati.
Noi, siamo i maiali.
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Ascoltando:
Suede, Dog Man Star, 1994
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martedì 3 febbraio 2009
ROADS
Da quando ho deciso di non utilizzare più i canonici mezzi di informazione, se non sporadicamente, i miei unici contatti con il mondo sono: la mia piccola realtà quotidiana, degli sprazzi di telegiornale che colgo in pausa pranzo mentre mangio e i rotocalchi di gossip che girano nel bagno di casa mia.
Il pretesto per immortalare i miei “pensieri lasciati a macerare”, questa volta è nato leggendo a riguardo dei concorrenti del Grande Fratello in corso.
Ci viene comunicato che la maggior parte di questi attori incorpora un background ricco di partecipazioni, di comparsate in televisione, insomma non sono proprio dei perfetti sconosciuti.
Anche se la loro è una pessima recitazione, vi leggo la stessa determinazione di chi, con coraggio oppure ignoranza (l’una non esclude l’atra) intraprende un cammino verso un’unica direzione.
Giorno dopo giorno, cercano di entrare nella magnifica scatola piena di luci e immagini, che ci intrattiene con programmi sempre meno eleganti e freschi.
Cercano di entrarvi per l’uscita di sicurezza, in barba a immaginari buttafuori, che si distraggono un attimo.
Questi “backdoor men” entrano dalla porta sul retro mentre di fronte vi è una lunga fila di persone che ogni giorno si preparano, studiano, investendo in se stessi.
Non so se la moneta per diventare famosi, avere il quarto d’ora warholiano, sia ancora il sesso come anni fa.
Magari è con il presenzialismo oggi, insistendo, che si ottengono i risultati.
Un po’ come accade in politica o nelle gestioni statati, esempi similari di sistemi nei quali non puoi essere estromesso, semplicemente vieni traslato.
Così è in televisione, se hai il seno troppo grosso per fare la velina, ti propongono per partecipare al padre dei reality.
Non potrò mai nascondere quel pizzico di invidia che ha pervaso l’inizio dell’età adulta, quando ho cominciato a comprendere che molto del mio tempo lo avevo gettato in divertimenti, passioni, mentre persone anche vicine a me si stavano incamminando verso la loro strada.
Forse ho capito tardi qual’era la mia strada, così ho percorso una quantità indescrivibile di chilometri zigzagando in distrazioni, hobbies, relazioni più o meno importanti.
Sempre con la paura che se avessi intrapreso una strada non avrei mai più potuto tornare indietro.
A volte, guardando soprattutto gli esempi che ci propone la televisione, penso che basterebbe anche solo quella cieca determinazione per arrivare ovunque.
A volte considero che la marcia in più o il talento puoi anche non averlo, basta arrivare nella sala dei bottoni, quando vi giungerai saprai probabilmente cosa schiacciare.
A volte penso che se questi dubbi li ho io che ho più di trent’anni, non oso pensare i bambini, gli adolescenti, nei quali i rapporti interpersonali sono ormai avvizziti.
Guardando dentro la televisione magari penseranno che quello che accade all’interno sia vero.
Come i primi spettatori che videro il film dei fratelli Lumière.
Anche se era ferrata, era una strada no?
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Ascoltando:
Portishead, Dummy, 1994
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Il pretesto per immortalare i miei “pensieri lasciati a macerare”, questa volta è nato leggendo a riguardo dei concorrenti del Grande Fratello in corso.
Ci viene comunicato che la maggior parte di questi attori incorpora un background ricco di partecipazioni, di comparsate in televisione, insomma non sono proprio dei perfetti sconosciuti.
Anche se la loro è una pessima recitazione, vi leggo la stessa determinazione di chi, con coraggio oppure ignoranza (l’una non esclude l’atra) intraprende un cammino verso un’unica direzione.
Giorno dopo giorno, cercano di entrare nella magnifica scatola piena di luci e immagini, che ci intrattiene con programmi sempre meno eleganti e freschi.
Cercano di entrarvi per l’uscita di sicurezza, in barba a immaginari buttafuori, che si distraggono un attimo.
Questi “backdoor men” entrano dalla porta sul retro mentre di fronte vi è una lunga fila di persone che ogni giorno si preparano, studiano, investendo in se stessi.
Non so se la moneta per diventare famosi, avere il quarto d’ora warholiano, sia ancora il sesso come anni fa.
Magari è con il presenzialismo oggi, insistendo, che si ottengono i risultati.
Un po’ come accade in politica o nelle gestioni statati, esempi similari di sistemi nei quali non puoi essere estromesso, semplicemente vieni traslato.
Così è in televisione, se hai il seno troppo grosso per fare la velina, ti propongono per partecipare al padre dei reality.
Non potrò mai nascondere quel pizzico di invidia che ha pervaso l’inizio dell’età adulta, quando ho cominciato a comprendere che molto del mio tempo lo avevo gettato in divertimenti, passioni, mentre persone anche vicine a me si stavano incamminando verso la loro strada.
Forse ho capito tardi qual’era la mia strada, così ho percorso una quantità indescrivibile di chilometri zigzagando in distrazioni, hobbies, relazioni più o meno importanti.
Sempre con la paura che se avessi intrapreso una strada non avrei mai più potuto tornare indietro.
A volte, guardando soprattutto gli esempi che ci propone la televisione, penso che basterebbe anche solo quella cieca determinazione per arrivare ovunque.
A volte considero che la marcia in più o il talento puoi anche non averlo, basta arrivare nella sala dei bottoni, quando vi giungerai saprai probabilmente cosa schiacciare.
A volte penso che se questi dubbi li ho io che ho più di trent’anni, non oso pensare i bambini, gli adolescenti, nei quali i rapporti interpersonali sono ormai avvizziti.
Guardando dentro la televisione magari penseranno che quello che accade all’interno sia vero.
Come i primi spettatori che videro il film dei fratelli Lumière.
Anche se era ferrata, era una strada no?
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Ascoltando:
Portishead, Dummy, 1994
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mercoledì 21 gennaio 2009
UN MALATO DI CUORE
Il professore Larry Young, biologo della Emory University di Londra, in un articolo apparso su “Nature”, ha annunciato che si stanno avvicinando i tempi in cui basterà ingurgitare una pillola per potersi innamorare.
Fino ad adesso la capsula dell’amore serviva solo per inturgidire membri stanchi oppure anziani, a breve finalmente la magica compressa blu comincerà ad essere chiamata con un nome più appropriato, la pillola del sesso.
Per adesso gli esperimenti sono stati condotti sulle solite cavie.
Dei topolini che vantavano un trascorso da latin lovers, si sono trasformati tutt’un tratto in monogami convinti, questo solo grazie ad una spruzzata di ossitocina.
Questo ormone, infatti, contribuisce a far provare sensazioni di unione con il prossimo.
Tempo fa sembrava fantascienza il poter dirigere le emozioni attraverso pastiglie, oggi gli studiosi ci informano che si potrà, con precisione, stabilire quali sensazioni provare.
Tra poco nessuno potrà più dire “non ti amo più”, semplicemente perché non sarà più una spiegazione plausibile.
Si potrà amare in eterno.
Se il vostro rapporto di coppia si sta logorando, se la noia ha preso il posto alle emozioni, basterà ingoiare un cachet appena svegliati, girarsi dall’altra parte del letto e baciare uno zombie spettinato, per giunta con il consueto alito pesante mattutino.
Guerre chimiche combatteranno dentro di noi, arriveremo ad un punto in cui non avremo più padronanza delle nostre emozioni, ci troveremo insonni, a digiuno, sospiranti e sognanti anche da soli, magari solo perché in preda a un’overdose di ossitocina.
Ho sempre preferito le sostanze naturali a quelle chimiche, le prime provocano reazioni controllabili, razionali.
Scegliere di bere una bottiglia di vino assieme a una donna, per sciogliere il ghiaccio, mi è sempre parso più romantico di sognare intrugli amorosi, da sciogliere nell’acqua, per poter ottenere lo stesso risultato.
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Ascoltando:
Fabrizio De André, Non al denaro, Non all'amore Nè al cielo, 1971
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Fino ad adesso la capsula dell’amore serviva solo per inturgidire membri stanchi oppure anziani, a breve finalmente la magica compressa blu comincerà ad essere chiamata con un nome più appropriato, la pillola del sesso.
Per adesso gli esperimenti sono stati condotti sulle solite cavie.
Dei topolini che vantavano un trascorso da latin lovers, si sono trasformati tutt’un tratto in monogami convinti, questo solo grazie ad una spruzzata di ossitocina.
Questo ormone, infatti, contribuisce a far provare sensazioni di unione con il prossimo.
Tempo fa sembrava fantascienza il poter dirigere le emozioni attraverso pastiglie, oggi gli studiosi ci informano che si potrà, con precisione, stabilire quali sensazioni provare.
Tra poco nessuno potrà più dire “non ti amo più”, semplicemente perché non sarà più una spiegazione plausibile.
Si potrà amare in eterno.
Se il vostro rapporto di coppia si sta logorando, se la noia ha preso il posto alle emozioni, basterà ingoiare un cachet appena svegliati, girarsi dall’altra parte del letto e baciare uno zombie spettinato, per giunta con il consueto alito pesante mattutino.
Guerre chimiche combatteranno dentro di noi, arriveremo ad un punto in cui non avremo più padronanza delle nostre emozioni, ci troveremo insonni, a digiuno, sospiranti e sognanti anche da soli, magari solo perché in preda a un’overdose di ossitocina.
Ho sempre preferito le sostanze naturali a quelle chimiche, le prime provocano reazioni controllabili, razionali.
Scegliere di bere una bottiglia di vino assieme a una donna, per sciogliere il ghiaccio, mi è sempre parso più romantico di sognare intrugli amorosi, da sciogliere nell’acqua, per poter ottenere lo stesso risultato.
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Ascoltando:
Fabrizio De André, Non al denaro, Non all'amore Nè al cielo, 1971
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domenica 21 dicembre 2008
LOVELETTERS IN THE SAND - PARTE TERZA (LILAC WINE)
Se mi leggete con una certa assiduità, saprete che ho smesso di fumare, sarete inoltre al corrente che l'ultimo periodo per me è stato abbastanza pesante.
Tanto da cominciare a pensare che fumare faccia bene al cuore, intorpidendolo.
Non credevo che questo post, potesse arrivare alla sua terza puntata, l’ultima.
Ultimamente una persona mi aveva chiesto se ci sarebbe stato un seguito, io prontamente le avevo risposto che, il mancato incontro, aveva precluso qualsiasi altra puntata, riflessione.
Ma certi eventi non puoi determinarli, arrivano e basta.
CIN!!!
Ieri sono riuscito finalmente a mettere in fila tutto quello che mi è accaduto, a dargli un senso, una forma.
E' così bello avere tutto chiaro, anche se solo per un’istante.
Le schizofrenie degli ultimi giorni, stranamente già da ieri mattina sembravano un ricordo, tanto da lasciarmi libera la mente e consentirmi di lavorare in pace.
Intanto attendevo il pomeriggio che avrebbe previsto acquisti assieme a mio fratello.
P. per me è l’esempio di come le cose possono cambiare.
Dopo anni di pareti invalicabili abbiamo cominciato a conoscerci e ad apprezzarci.
Non passiamo molto tempo assieme, ma è tempo di gran qualità.
"Stai tranquillo Alberto", mi dicevo, mentre passavamo da un'osteria a un'altra.
Era una giornata dedicata agli acquisti, certo, ma a Treviso è difficile schivare tutte le cantinette disseminate tra un negozio e un'altro.
L'unico desiderio era quello di non pensare, non soffermarmi su quello che è successo nell'ultimo mese, sarei andato in sovraccarico, non avrei trovato il capo della matassa.
Entrare all’interno dell’osteria gestita da S. e suo marito è stato stranamente più pesante del solito.
Il desiderio di sentirla era stato forte nell'ultimo periodo, i segnali per incontrarci e l'impossibilità di rendere questo evento reale, avevano pesantemente minato il mio sistema nervoso.
Per l’ennesima volta ho varcato quella soglia senza trovarla dietro al banco.
Poco male, diamo inizio alla danza dei calici, con in bocca il sapore forte del sangue della mia terra e le solite chiacchiere da bar.
Nel mezzo di un tango di cabernet la vedo entrare.
Gelo, freddo, ghiaccio.
Tutto mi sarei aspettato, ma non una sensazione del genere.
Nessun dialogo, nessuno scambio di sguardi.
Una continua fuga, una continua sua fuga.
Il viaggio di ritorno l’ho fatto piangendo.
Solo nella mia macchina piangevo tutte le lacrime che non ho mai versato negli ultimi dieci anni.
Piangevo perché, in un istante, ciò che per anni avevo trasfigurato, si è trasformato in polvere.
Piangevo perché in un istante mi è giunta tutta la realtà che avevo nascosto, procrastinato, mascherato e sotterrato sotto migliaia di tappeti.
Piangevo perché gli appuntamenti con la realtà non puoi traslarli di giorno in giorno, sperando che la realtà non giunga mai.
Piangevo perché per anni mi sono aggrappato con unghie e denti al passato, impiegando una quantità infinita di energie, con l’unico risultato di trasformare in spazzatura tutto ciò che mi accadeva.
Tutto per un’immagine.
Questa immagine è svanita quando, con l’ultimo sorso di vino violaceo, il suo volto è apparso attraverso il fondo del calice.
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Ascoltando:
Jeff Buckley, Grace, 1994
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Tanto da cominciare a pensare che fumare faccia bene al cuore, intorpidendolo.
Non credevo che questo post, potesse arrivare alla sua terza puntata, l’ultima.
Ultimamente una persona mi aveva chiesto se ci sarebbe stato un seguito, io prontamente le avevo risposto che, il mancato incontro, aveva precluso qualsiasi altra puntata, riflessione.
Ma certi eventi non puoi determinarli, arrivano e basta.
CIN!!!
Ieri sono riuscito finalmente a mettere in fila tutto quello che mi è accaduto, a dargli un senso, una forma.
E' così bello avere tutto chiaro, anche se solo per un’istante.
Le schizofrenie degli ultimi giorni, stranamente già da ieri mattina sembravano un ricordo, tanto da lasciarmi libera la mente e consentirmi di lavorare in pace.
Intanto attendevo il pomeriggio che avrebbe previsto acquisti assieme a mio fratello.
P. per me è l’esempio di come le cose possono cambiare.
Dopo anni di pareti invalicabili abbiamo cominciato a conoscerci e ad apprezzarci.
Non passiamo molto tempo assieme, ma è tempo di gran qualità.
"Stai tranquillo Alberto", mi dicevo, mentre passavamo da un'osteria a un'altra.
Era una giornata dedicata agli acquisti, certo, ma a Treviso è difficile schivare tutte le cantinette disseminate tra un negozio e un'altro.
L'unico desiderio era quello di non pensare, non soffermarmi su quello che è successo nell'ultimo mese, sarei andato in sovraccarico, non avrei trovato il capo della matassa.
Entrare all’interno dell’osteria gestita da S. e suo marito è stato stranamente più pesante del solito.
Il desiderio di sentirla era stato forte nell'ultimo periodo, i segnali per incontrarci e l'impossibilità di rendere questo evento reale, avevano pesantemente minato il mio sistema nervoso.
Per l’ennesima volta ho varcato quella soglia senza trovarla dietro al banco.
Poco male, diamo inizio alla danza dei calici, con in bocca il sapore forte del sangue della mia terra e le solite chiacchiere da bar.
Nel mezzo di un tango di cabernet la vedo entrare.
Gelo, freddo, ghiaccio.
Tutto mi sarei aspettato, ma non una sensazione del genere.
Nessun dialogo, nessuno scambio di sguardi.
Una continua fuga, una continua sua fuga.
Il viaggio di ritorno l’ho fatto piangendo.
Solo nella mia macchina piangevo tutte le lacrime che non ho mai versato negli ultimi dieci anni.
Piangevo perché, in un istante, ciò che per anni avevo trasfigurato, si è trasformato in polvere.
Piangevo perché in un istante mi è giunta tutta la realtà che avevo nascosto, procrastinato, mascherato e sotterrato sotto migliaia di tappeti.
Piangevo perché gli appuntamenti con la realtà non puoi traslarli di giorno in giorno, sperando che la realtà non giunga mai.
Piangevo perché per anni mi sono aggrappato con unghie e denti al passato, impiegando una quantità infinita di energie, con l’unico risultato di trasformare in spazzatura tutto ciò che mi accadeva.
Tutto per un’immagine.
Questa immagine è svanita quando, con l’ultimo sorso di vino violaceo, il suo volto è apparso attraverso il fondo del calice.
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Ascoltando:
Jeff Buckley, Grace, 1994
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mercoledì 17 dicembre 2008
HAVE A CIGAR
Sono passati quindici anni da quando, con i miei due fidi compari, mi infilai all'interno dell'ennesima festa di compleanno di sconosciuti.
In questo particolare caso, ci trovammo nel parco della casa di una ragazza, il cui volto mi rimase stampato in viso.
Non era particolarmente interessante, probabilmente non ci parlai mai assieme, ma il suo diciottesimo compleanno coincise con la mia prima sigaretta.
I miei amici, dei contemporanei gatto e la volpe, con la complicità però dell'uva, tentarono con successo la loro opera di persuasione.
Non ricordo bene la sensazione che mi lasciò in bocca, nella gola, nella mente.
Sono sicuro però che il giorno dopo ero già dal tabacchino ad acquistare un pacchetto di bionde.
Quindici anni di sigarette di tutti i tipi: light o senza filtro, biscottate o deteinate, corrette e scorrette, accompagnate da sbronze colossali o pranzi microbiotici, fumate dopo culmini d'amore e baratri d'odio.
Pochi giorni fa sono entrato in libreria ad acquistare uno dei due libri che mi stuzzicano da più da tempo, placando per un po' la mia sete.
Mentre "Dianetics" di Hubbard dovrà aspettare, "The easy way to stop smoking" di Allen Carr è stata una vera e propria rivelazione.
Le pagine scorrevano, io continuavo a fumare com'era consigliato nel testo.
Leggevo quando mi mettevo a letto, spesso dopo mezzanotte e a volte, soprattutto nel weekend, anche dopo le due.
Tutto d'un fiato o quasi, ironico, no?
A mano a mano che procedevo nella lettura, non riuscivo a capire in cosa consistesse il segreto di questo genio del marketing, qual'era la ricetta che lo aveva reso miliardario.
Vi ricordo che non avevo acquistato il libro per smettere di fumare, ma per curiosità.
Poi l'ultimo capitolo.
Prima di leggerlo sono andato in sala a fumarmi una paglia del cammello, relax, nannabobòtantenannealberto.
Il giorno dopo la mattinata è trascorsa senza il desiderio, anche se non posso dire che i successivi dieci giorni siano stati tutti semplici.
Non avevo mai considerato la sigaretta come un elemento così inscindibile da me, ma più passano le giornate e più penso che questa astinenza abbia una radice quasi sentimentale.
Passano i giorni, i fine settimana, i momenti con gli amici e ti accorgi che stai facendo tutto senza chi o cosa ti ha accompagnato in tutti quei frammenti di vita.
Sai solo che, se passerai incolume quel preciso istante, quando ti si ripresenterà non te ne accorgerai più.
Non so precisamente perché abbia intrapreso questo percorso solo ora, forse ne sentivo il bisogno, forse smettere di fumare può far parte delle mie ultime riflessioni, sulle forti sensazioni di assenza e quelle impercettibili di presenza.
Ora mi sento libero e ricettivo, con la mente aperta e svincolato dalla moltitudine di futili dubbi che costellavano le mie giornate.
E' decisamente bello, a volte, essere così curiosi.
______________________________
Ascoltando:
Pink Floyd, Wish you were here, 1975
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In questo particolare caso, ci trovammo nel parco della casa di una ragazza, il cui volto mi rimase stampato in viso.
Non era particolarmente interessante, probabilmente non ci parlai mai assieme, ma il suo diciottesimo compleanno coincise con la mia prima sigaretta.
I miei amici, dei contemporanei gatto e la volpe, con la complicità però dell'uva, tentarono con successo la loro opera di persuasione.
Non ricordo bene la sensazione che mi lasciò in bocca, nella gola, nella mente.
Sono sicuro però che il giorno dopo ero già dal tabacchino ad acquistare un pacchetto di bionde.
Quindici anni di sigarette di tutti i tipi: light o senza filtro, biscottate o deteinate, corrette e scorrette, accompagnate da sbronze colossali o pranzi microbiotici, fumate dopo culmini d'amore e baratri d'odio.
Pochi giorni fa sono entrato in libreria ad acquistare uno dei due libri che mi stuzzicano da più da tempo, placando per un po' la mia sete.
Mentre "Dianetics" di Hubbard dovrà aspettare, "The easy way to stop smoking" di Allen Carr è stata una vera e propria rivelazione.
Le pagine scorrevano, io continuavo a fumare com'era consigliato nel testo.
Leggevo quando mi mettevo a letto, spesso dopo mezzanotte e a volte, soprattutto nel weekend, anche dopo le due.
Tutto d'un fiato o quasi, ironico, no?
A mano a mano che procedevo nella lettura, non riuscivo a capire in cosa consistesse il segreto di questo genio del marketing, qual'era la ricetta che lo aveva reso miliardario.
Vi ricordo che non avevo acquistato il libro per smettere di fumare, ma per curiosità.
Poi l'ultimo capitolo.
Prima di leggerlo sono andato in sala a fumarmi una paglia del cammello, relax, nannabobòtantenannealberto.
Il giorno dopo la mattinata è trascorsa senza il desiderio, anche se non posso dire che i successivi dieci giorni siano stati tutti semplici.
Non avevo mai considerato la sigaretta come un elemento così inscindibile da me, ma più passano le giornate e più penso che questa astinenza abbia una radice quasi sentimentale.
Passano i giorni, i fine settimana, i momenti con gli amici e ti accorgi che stai facendo tutto senza chi o cosa ti ha accompagnato in tutti quei frammenti di vita.
Sai solo che, se passerai incolume quel preciso istante, quando ti si ripresenterà non te ne accorgerai più.
Non so precisamente perché abbia intrapreso questo percorso solo ora, forse ne sentivo il bisogno, forse smettere di fumare può far parte delle mie ultime riflessioni, sulle forti sensazioni di assenza e quelle impercettibili di presenza.
Ora mi sento libero e ricettivo, con la mente aperta e svincolato dalla moltitudine di futili dubbi che costellavano le mie giornate.
E' decisamente bello, a volte, essere così curiosi.
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Ascoltando:
Pink Floyd, Wish you were here, 1975
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