Sono passati quindici anni da quando, con i miei due fidi compari, mi infilai all'interno dell'ennesima festa di compleanno di sconosciuti.
In questo particolare caso, ci trovammo nel parco della casa di una ragazza, il cui volto mi rimase stampato in viso.
Non era particolarmente interessante, probabilmente non ci parlai mai assieme, ma il suo diciottesimo compleanno coincise con la mia prima sigaretta.
I miei amici, dei contemporanei gatto e la volpe, con la complicità però dell'uva, tentarono con successo la loro opera di persuasione.
Non ricordo bene la sensazione che mi lasciò in bocca, nella gola, nella mente.
Sono sicuro però che il giorno dopo ero già dal tabacchino ad acquistare un pacchetto di bionde.
Quindici anni di sigarette di tutti i tipi: light o senza filtro, biscottate o deteinate, corrette e scorrette, accompagnate da sbronze colossali o pranzi microbiotici, fumate dopo culmini d'amore e baratri d'odio.
Pochi giorni fa sono entrato in libreria ad acquistare uno dei due libri che mi stuzzicano da più da tempo, placando per un po' la mia sete.
Mentre "Dianetics" di Hubbard dovrà aspettare, "The easy way to stop smoking" di Allen Carr è stata una vera e propria rivelazione.
Le pagine scorrevano, io continuavo a fumare com'era consigliato nel testo.
Leggevo quando mi mettevo a letto, spesso dopo mezzanotte e a volte, soprattutto nel weekend, anche dopo le due.
Tutto d'un fiato o quasi, ironico, no?
A mano a mano che procedevo nella lettura, non riuscivo a capire in cosa consistesse il segreto di questo genio del marketing, qual'era la ricetta che lo aveva reso miliardario.
Vi ricordo che non avevo acquistato il libro per smettere di fumare, ma per curiosità.
Poi l'ultimo capitolo.
Prima di leggerlo sono andato in sala a fumarmi una paglia del cammello, relax, nannabobòtantenannealberto.
Il giorno dopo la mattinata è trascorsa senza il desiderio, anche se non posso dire che i successivi dieci giorni siano stati tutti semplici.
Non avevo mai considerato la sigaretta come un elemento così inscindibile da me, ma più passano le giornate e più penso che questa astinenza abbia una radice quasi sentimentale.
Passano i giorni, i fine settimana, i momenti con gli amici e ti accorgi che stai facendo tutto senza chi o cosa ti ha accompagnato in tutti quei frammenti di vita.
Sai solo che, se passerai incolume quel preciso istante, quando ti si ripresenterà non te ne accorgerai più.
Non so precisamente perché abbia intrapreso questo percorso solo ora, forse ne sentivo il bisogno, forse smettere di fumare può far parte delle mie ultime riflessioni, sulle forti sensazioni di assenza e quelle impercettibili di presenza.
Ora mi sento libero e ricettivo, con la mente aperta e svincolato dalla moltitudine di futili dubbi che costellavano le mie giornate.
E' decisamente bello, a volte, essere così curiosi.
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Ascoltando:
Pink Floyd, Wish you were here, 1975
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Immagini e idee lasciate decantare, scritte di getto durante notti insonni.
Spunti di ascolto e riflessione.
Un calderone mediatico che utilizza il mio punto di vista.
Una medicina: condividere è guarire.
mercoledì 17 dicembre 2008
lunedì 17 novembre 2008
(NICE DREAM)
Certe programmazioni serali sono al limite della decenza, ma alcune volte la nostra sensibilità può trasformare il fango in Nutella.
Nella puntata della “pregiata” trasmissione 'Chi l'ha visto' della settimana scorsa, durante la quale ho potuto fumarmi una sigaretta liberando completamente la mente, era illustrata una storia alquanto patetica.
Da anni in Italia, non chiedetemi né dove né la provincia, vive un extracomunitario il quale non ricorda quasi nulla del suo passato.
Ha solo dei flashback nei quali rimembra delle percosse, maltrattamenti, ma il tutto è nebuloso...
Ovviamente questo tipo di messe in onda non sono pensate per potercele sorbire solo nel nostro belpaese, quindi ho potuto scoprire, con mio sommo rammarico, che il format è presente anche in altre sventurate nazioni.
Così il caso di una madre che vive in qualche paese dell'est Europa (anche qui non chiedetemi quale, non potete pretendere troppo) che ha perso il figlio da circa quarant'anni è stato associato a quello del nostro connazionale uomo senza passato.
Detto fatto, organizzato volo per l'anziana signora, direzione Roma.
L'incontro è stata una delle cose più penose che mi è capitato di vedere in televisione, questi due individui cercavano da anni di riempire una voragine dentro di se, l'abbraccio e le lacrime li avevano già saldati per l'eternità, anche senza sapere se realmente erano parenti.
Durante la chiacchierata che stavano facendo di fronte a un caffè è arrivato il responso dell'analisi del DNA: nessuna corrispondenza genetica.
Lo so, un'analisi preventiva avrebbe risparmiato pianti, ma avrebbe pregiudicato un'ora di trasmissione e il relativo odiens (?).
A me è venuto un dubbio.
Anche noi siamo in cerca di una persona che, nel caso non debba colmare dei vuoti, comunque ci completa, anime in pena che trovano pace nell’amare.
Se fosse possibile un test preventivo, che ci consenta di venire a conoscenza se chi ci sta di fronte o chi ci piace, è potenzialmente chi stiamo cercando, insomma la persona giusta, voi lo fareste?
Oppure preferireste vivervi la vostra trasmissione con sigle di inizio, fine, fine prima parte e Mastrota con le pentole e i materassi?
Io preferirei viverla.
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Ascoltando:
Radiohead, The Bends, 1995
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Nella puntata della “pregiata” trasmissione 'Chi l'ha visto' della settimana scorsa, durante la quale ho potuto fumarmi una sigaretta liberando completamente la mente, era illustrata una storia alquanto patetica.
Da anni in Italia, non chiedetemi né dove né la provincia, vive un extracomunitario il quale non ricorda quasi nulla del suo passato.
Ha solo dei flashback nei quali rimembra delle percosse, maltrattamenti, ma il tutto è nebuloso...
Ovviamente questo tipo di messe in onda non sono pensate per potercele sorbire solo nel nostro belpaese, quindi ho potuto scoprire, con mio sommo rammarico, che il format è presente anche in altre sventurate nazioni.
Così il caso di una madre che vive in qualche paese dell'est Europa (anche qui non chiedetemi quale, non potete pretendere troppo) che ha perso il figlio da circa quarant'anni è stato associato a quello del nostro connazionale uomo senza passato.
Detto fatto, organizzato volo per l'anziana signora, direzione Roma.
L'incontro è stata una delle cose più penose che mi è capitato di vedere in televisione, questi due individui cercavano da anni di riempire una voragine dentro di se, l'abbraccio e le lacrime li avevano già saldati per l'eternità, anche senza sapere se realmente erano parenti.
Durante la chiacchierata che stavano facendo di fronte a un caffè è arrivato il responso dell'analisi del DNA: nessuna corrispondenza genetica.
Lo so, un'analisi preventiva avrebbe risparmiato pianti, ma avrebbe pregiudicato un'ora di trasmissione e il relativo odiens (?).
A me è venuto un dubbio.
Anche noi siamo in cerca di una persona che, nel caso non debba colmare dei vuoti, comunque ci completa, anime in pena che trovano pace nell’amare.
Se fosse possibile un test preventivo, che ci consenta di venire a conoscenza se chi ci sta di fronte o chi ci piace, è potenzialmente chi stiamo cercando, insomma la persona giusta, voi lo fareste?
Oppure preferireste vivervi la vostra trasmissione con sigle di inizio, fine, fine prima parte e Mastrota con le pentole e i materassi?
Io preferirei viverla.
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Ascoltando:
Radiohead, The Bends, 1995
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domenica 9 novembre 2008
LOVELETTERS IN THE SAND PARTE 2 (IL TIMIDO UBRIACO)
Probabilmente è vero, nell'ultimo periodo avevo cominciato a confidare un po' troppo nel destino, nel fato.
Il vento non ti sussurra il percorso da intraprendere, può soffiare così forte da trascinarti in una direzione, ma spetta sempre a te decidere.
Sono state le coincidenze di cui parlavo nel post precedente, non ho altre spiegazioni.
Le favole sono come i sogni, possono venirti raccontate, puoi narrarle, ma restano sempre personali.
Avulse da qualsiasi sistema descrittivo.
Non possiamo neanche pensare che tali distorsioni della vita reale possano essere vissute da una collettività.
Tanto meno in coppia.
Un punto di vista è unico.
Gli occhi di due persone non possono trovarsi nello stesso identico punto, nello stesso momento, è un impedimento fisico, non filosofico.
Dimostrazione per assurdo.
Sono abbastanza convinto che le storie d'amore non abbiano una fine, questo perché continuiamo a viverle dentro di noi, egoisticamente.
Si tagliano i legami, scompare quel turbinio di informazioni, parole scritte, dette e comincia un percorso interno.
Più pericoloso. Silenzioso.
Chissà che cosa sarebbe successo se...e se…porte scorrevoli di metropolitane.
La realtà è una sola, unica, singola.
Appena cerchiamo di raccontarla la deformiamo, la distorciamo, come specchi concavi, convessi.
Riflettiamo male, soprattutto quando si parla d'amore.
L'incontro con S. non c'è stato, una serie di eventi ha impedito di incontrarci.
La serie di crucci, turbe e dubbi che aveva accompagnato la data del suo matrimonio si era ripetuta quasi un mese fa.
Andare o non andare?
Sei anni (?) or sono ero indeciso se trasformarmi in un "timido ubriaco".
Questa volta, anche se mi è stato impedito di decidere, avevo già preso altri impegni, non mi era capitato mai, sino ad oggi, di decidere se non a un millimetro dal bivio.
Volpe e uva?
No, la struttura dei castelli in aria, per quanto possa essere solida, poggia su un terreno fatto di nuvole.
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Ascoltando:
Max Gazzé, Max Gazzé, 2000
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Il vento non ti sussurra il percorso da intraprendere, può soffiare così forte da trascinarti in una direzione, ma spetta sempre a te decidere.
Sono state le coincidenze di cui parlavo nel post precedente, non ho altre spiegazioni.
Le favole sono come i sogni, possono venirti raccontate, puoi narrarle, ma restano sempre personali.
Avulse da qualsiasi sistema descrittivo.
Non possiamo neanche pensare che tali distorsioni della vita reale possano essere vissute da una collettività.
Tanto meno in coppia.
Un punto di vista è unico.
Gli occhi di due persone non possono trovarsi nello stesso identico punto, nello stesso momento, è un impedimento fisico, non filosofico.
Dimostrazione per assurdo.
Sono abbastanza convinto che le storie d'amore non abbiano una fine, questo perché continuiamo a viverle dentro di noi, egoisticamente.
Si tagliano i legami, scompare quel turbinio di informazioni, parole scritte, dette e comincia un percorso interno.
Più pericoloso. Silenzioso.
Chissà che cosa sarebbe successo se...e se…porte scorrevoli di metropolitane.
La realtà è una sola, unica, singola.
Appena cerchiamo di raccontarla la deformiamo, la distorciamo, come specchi concavi, convessi.
Riflettiamo male, soprattutto quando si parla d'amore.
L'incontro con S. non c'è stato, una serie di eventi ha impedito di incontrarci.
La serie di crucci, turbe e dubbi che aveva accompagnato la data del suo matrimonio si era ripetuta quasi un mese fa.
Andare o non andare?
Sei anni (?) or sono ero indeciso se trasformarmi in un "timido ubriaco".
Questa volta, anche se mi è stato impedito di decidere, avevo già preso altri impegni, non mi era capitato mai, sino ad oggi, di decidere se non a un millimetro dal bivio.
Volpe e uva?
No, la struttura dei castelli in aria, per quanto possa essere solida, poggia su un terreno fatto di nuvole.
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Ascoltando:
Max Gazzé, Max Gazzé, 2000
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mercoledì 29 ottobre 2008
LOVELETTERS IN THE SAND
Mi è sempre piaciuto questo brano, ero piccolo e posavo la puntina del giradischi sul consunto vinile di casa.
La voce di Pat Boone risuonava nel soggiorno, cantando un elogio dell’effimero scrivere d’amore.
Le lettere d'amore sentono pesantemente il passare del tempo, degli eventi, fotografano dei momenti sottili come carta velina.
Ne ho scritte poche nella mia vita, ma quelle che ho scritto, erano rigate dalle mie lacrime.
Ultimamente una serie di coincidenze, pesantemente inspiegabili, mi sta facendo riflettere su una storia d'amore del passato.
Carboni diceva che le storie d'amore non finiscono mai.
A volte le canzoni più semplici sono le più efficaci.
C'è una persona a cui ho scritto molto, alcune lettere sono giunte a lei, altre sono rimaste qui, nei cassetti.
Talvolta penso che non ci sia nulla che io faccia, che pensi, ancora oggi, che non abbia traccia di lei.
Non è un pensiero fisso, né un’ossessione.
Sono anni che non la vedo, forse sta tutto qui il desiderio di sentirla, di parlarle.
Quando mi capita di rifletterci, sognante o illuso, segretamente credo che anche lei mi stia pensando.
A breve avrò l'occasione di poterla incontrare senza impedimenti di sorta, senza i rispettivi partners, senza figure del passato che potrebbero trasformare questo incontro in una patetica farsa.
Sono giorni che ragiono, rimugino, rifletto sul da farsi.
Non sto cercando nulla, solo di portare alla realtà una storia che oramai è solo nei ricordi.
La mente a volte fa brutti scherzi.
Comincia a rimescolare le carte, finché non ci si rende più conto se ciò che abbiamo vissuto sia stato reale o è tutto idealizzato.
Ho paura.
Ho paura di incontrarla.
Ho paura di incontrarla, trovarmi di fronte a lei e non avere nulla da dirle.
Si spezzerebbe così tutto ciò che ho religiosamente custodito dentro di me.
Una favola.
In una favola c’è bisogno di fare ordine?
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Ascoltando:
AA.VV., Brooklyn la compilation del ponte, 1985
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La voce di Pat Boone risuonava nel soggiorno, cantando un elogio dell’effimero scrivere d’amore.
Le lettere d'amore sentono pesantemente il passare del tempo, degli eventi, fotografano dei momenti sottili come carta velina.
Ne ho scritte poche nella mia vita, ma quelle che ho scritto, erano rigate dalle mie lacrime.
Ultimamente una serie di coincidenze, pesantemente inspiegabili, mi sta facendo riflettere su una storia d'amore del passato.
Carboni diceva che le storie d'amore non finiscono mai.
A volte le canzoni più semplici sono le più efficaci.
C'è una persona a cui ho scritto molto, alcune lettere sono giunte a lei, altre sono rimaste qui, nei cassetti.
Talvolta penso che non ci sia nulla che io faccia, che pensi, ancora oggi, che non abbia traccia di lei.
Non è un pensiero fisso, né un’ossessione.
Sono anni che non la vedo, forse sta tutto qui il desiderio di sentirla, di parlarle.
Quando mi capita di rifletterci, sognante o illuso, segretamente credo che anche lei mi stia pensando.
A breve avrò l'occasione di poterla incontrare senza impedimenti di sorta, senza i rispettivi partners, senza figure del passato che potrebbero trasformare questo incontro in una patetica farsa.
Sono giorni che ragiono, rimugino, rifletto sul da farsi.
Non sto cercando nulla, solo di portare alla realtà una storia che oramai è solo nei ricordi.
La mente a volte fa brutti scherzi.
Comincia a rimescolare le carte, finché non ci si rende più conto se ciò che abbiamo vissuto sia stato reale o è tutto idealizzato.
Ho paura.
Ho paura di incontrarla.
Ho paura di incontrarla, trovarmi di fronte a lei e non avere nulla da dirle.
Si spezzerebbe così tutto ciò che ho religiosamente custodito dentro di me.
Una favola.
In una favola c’è bisogno di fare ordine?
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Ascoltando:
AA.VV., Brooklyn la compilation del ponte, 1985
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sabato 18 ottobre 2008
THINK (HORROR VACUI)
Ho sempre pensato che la rete globale fosse uno degli elementi più democratici al mondo, un capolavoro artistico senza corpo, costituito solo di componenti temporanei.
Lo stupore di fronte a questa ottava meraviglia del mondo è che in realtà non esiste.
Fisicamente è costituita da cablature, fibre ottiche, server, personal computer, ma ricondurla a una descrizione materiale ne ucciderebbe la intrinseca poesia.
All’inizio consideravo che internet non fosse un sistema democratico, questo perché era necessario avere delle conoscenze minime di utilizzo del personal computer, nozioni che non avevano tutti, le idee inoltre circolavano per comparti stagni, fatta esclusione per i newsgroup che sono sempre stati un potentissimo veicolo di idee.
Con l’avvento dei social networking, dei blog, di wikipedia sono riuscito a percepirne la completa democrazia.
Oggi tutti sanno utilizzare un personal computer e tutti sono in grado, con pochi click, di esprimere la propria opinione, di discutere e di essere smentiti.
La democrazia della rete è dimostrata dal fatto che in paesi dove la sovranità popolare è calpestata, ci siano ampie restrizioni che la privano dell’essenza.
Un dubbio mi è sorto in questi giorni, è possibile che la diffusione di questo mezzo stia creando scompensi nelle nazioni, che questa democrazia incontrollata ci faccia perdere in senso del “giusto “ e dello “sbagliato”?
Ho ipotizzato persino che la crisi globale sia frutto della democrazia.
La mancanza di un poter centrale forte o di una “fattoria degli animali” Orwelliana, partorisce teorie del grande complotto e antiteorie dell’antiteoria, controculture deviate che confluiscono nell’anticultura della cultura.
Follie, vaneggiamenti.
La democrazia, ha ucciso la mia libertà di pensiero.
______________________________
Ascoltando:
James Brown, Live at the Apollo, 1963
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Lo stupore di fronte a questa ottava meraviglia del mondo è che in realtà non esiste.
Fisicamente è costituita da cablature, fibre ottiche, server, personal computer, ma ricondurla a una descrizione materiale ne ucciderebbe la intrinseca poesia.
All’inizio consideravo che internet non fosse un sistema democratico, questo perché era necessario avere delle conoscenze minime di utilizzo del personal computer, nozioni che non avevano tutti, le idee inoltre circolavano per comparti stagni, fatta esclusione per i newsgroup che sono sempre stati un potentissimo veicolo di idee.
Con l’avvento dei social networking, dei blog, di wikipedia sono riuscito a percepirne la completa democrazia.
Oggi tutti sanno utilizzare un personal computer e tutti sono in grado, con pochi click, di esprimere la propria opinione, di discutere e di essere smentiti.
La democrazia della rete è dimostrata dal fatto che in paesi dove la sovranità popolare è calpestata, ci siano ampie restrizioni che la privano dell’essenza.
Un dubbio mi è sorto in questi giorni, è possibile che la diffusione di questo mezzo stia creando scompensi nelle nazioni, che questa democrazia incontrollata ci faccia perdere in senso del “giusto “ e dello “sbagliato”?
Ho ipotizzato persino che la crisi globale sia frutto della democrazia.
La mancanza di un poter centrale forte o di una “fattoria degli animali” Orwelliana, partorisce teorie del grande complotto e antiteorie dell’antiteoria, controculture deviate che confluiscono nell’anticultura della cultura.
Follie, vaneggiamenti.
La democrazia, ha ucciso la mia libertà di pensiero.
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Ascoltando:
James Brown, Live at the Apollo, 1963
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martedì 14 ottobre 2008
AUTOBAHN
A volte, anche vagare per luoghi non piacevoli può essere stimolante.
Tutto questo sentire parlare di crisi mi ha fatto ipotizzare un occidente in completa decadenza.
Al peggio non c’è mai fine si dice, così ho provato a fantasticare su ciò che rimarrebbe dell’Italia allo sbando totale.
Una nazione occupata da altre etnie, con gli indigeni ridotti a chiedere l’elemosina ai bordi delle strade, vivere di espedienti per potersi sfamare e nutrire la propria famiglia.
A differenza di altre nazioni, dove lo sviluppo economico ha significato un miglioramento della qualità ambientale, in Italia così non è stato.
L’edificazione priva di pianificazione, i centri commerciali sorti in luoghi aleatori, le strade costruite dove le forze politiche ed economiche spingevano di più, ha generato solo caos.
In ciò che ci circonda non ci sarebbe nessuna traccia del nostro passato benessere, degli anni del miracolo Italiano.
Tutta la futilità di cui ci siamo circondati è deperibile, impalpabile, sottile e senza fondamenta.
Ogni grande civiltà ha lasciato dietro di se monumenti, grandi costruzioni, esempi di buon costruire.
Di civiltà.
Viaggiando sulle nostre strade ho trovato solo degrado intervallato da qualche sporadico esempio di amore per l’estetica.
Rari segnali per i posteri.
L’unica regione dove ho constatato amore per il costruire, armonia delle città e consapevolezza di ciò che è importante per vivere bene, è la Toscana.
In questa regione il territorio è stato preservato e le nuove edificazioni sono state pensate in armonia con esso.
L’industrializzazione selvaggia del nord, i palazzinari del centro Italia e l’abusivismo del sud non hanno toccato questo paradiso, non lo hanno trasfigurato in una giungla di stabilimenti vuoti, sgraziati e decadenti.
Piccionaie dove la gente non merita di vivere.
Non credo che sia una mia deformazione professionale, un frutto del mio percorso didattico.
Il progresso delle scoperte scientifiche e tecnologiche dovrebbe camminare mano nella mano con il decoro delle città.
Decoro che non riesco più a vedere.
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Ascoltando:
Kraftwerk, Autobahn, 1974
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Tutto questo sentire parlare di crisi mi ha fatto ipotizzare un occidente in completa decadenza.
Al peggio non c’è mai fine si dice, così ho provato a fantasticare su ciò che rimarrebbe dell’Italia allo sbando totale.
Una nazione occupata da altre etnie, con gli indigeni ridotti a chiedere l’elemosina ai bordi delle strade, vivere di espedienti per potersi sfamare e nutrire la propria famiglia.
A differenza di altre nazioni, dove lo sviluppo economico ha significato un miglioramento della qualità ambientale, in Italia così non è stato.
L’edificazione priva di pianificazione, i centri commerciali sorti in luoghi aleatori, le strade costruite dove le forze politiche ed economiche spingevano di più, ha generato solo caos.
In ciò che ci circonda non ci sarebbe nessuna traccia del nostro passato benessere, degli anni del miracolo Italiano.
Tutta la futilità di cui ci siamo circondati è deperibile, impalpabile, sottile e senza fondamenta.
Ogni grande civiltà ha lasciato dietro di se monumenti, grandi costruzioni, esempi di buon costruire.
Di civiltà.
Viaggiando sulle nostre strade ho trovato solo degrado intervallato da qualche sporadico esempio di amore per l’estetica.
Rari segnali per i posteri.
L’unica regione dove ho constatato amore per il costruire, armonia delle città e consapevolezza di ciò che è importante per vivere bene, è la Toscana.
In questa regione il territorio è stato preservato e le nuove edificazioni sono state pensate in armonia con esso.
L’industrializzazione selvaggia del nord, i palazzinari del centro Italia e l’abusivismo del sud non hanno toccato questo paradiso, non lo hanno trasfigurato in una giungla di stabilimenti vuoti, sgraziati e decadenti.
Piccionaie dove la gente non merita di vivere.
Non credo che sia una mia deformazione professionale, un frutto del mio percorso didattico.
Il progresso delle scoperte scientifiche e tecnologiche dovrebbe camminare mano nella mano con il decoro delle città.
Decoro che non riesco più a vedere.
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Ascoltando:
Kraftwerk, Autobahn, 1974
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