Questa volta il pretesto del titolo della canzone è effimero, ben più importante è il nome del gruppo.
La mia riflessione parte sui guinzagli e sulla loro lunghezza.
Ogni giorno, la nostra esistenza, è condizionata da decine di cinghie di cuoio che ci strattonano ad ogni movimento.
Alcune, pericolose si dice, sono collegate a collari che stritolano la nostra trachea.
Più cerchiamo di essere indipendenti e più annaspiamo.
Trovo alcuni di questi lacci, necessari.
Leggi inequivocabili che permettono, agli esseri umani, di sopravvivere gomito a gomito.
Giorno dopo giorno.
Altre briglie ce le mettiamo da soli, ogni mattina quando ci alziamo dal letto e immaginiamo che non ci sia via d'uscita.
Fantastichiamo che quello che stiamo facendo nella vita, sia l'unico percorso che ci permette di deambulare in maniera decorosa.
La fase successiva può essere solo quella di cominciare a provare sentimenti nei confronti del nostro padrone.
Colui o colei che, con polso fermo, attraverso gesti decisi manovra il nostro perplesso incedere.
Ho provato collari stretti, lavori alla mercé di padri-padroni, fidanzate possessive che con corregge tarpavano le mie ali, rendendole sottili come carta di riso.
Fortunatamente il dolce torpore del masochismo può essere sostituito dalla brezza di una libertà condizionata.
Pavlov insegnava che, sottomettendo un animale a stimoli condizionati, si poteva ottenere un riflesso condizionato, anche a distanza di anni.
Quando i compromessi nella coppia e nel lavoro, si tramutano in gesti educativi, anche involontari, gli echi si ripercuotono per intervalli lunghissimi.
Come quadrupedi da esperimento, ci potremmo ritrovare a produrre saliva anche solo per un innocuo rumore.
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Ascoltando:
Pavlov's Dog, Pampered Menial, 1974
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Immagini e idee lasciate decantare, scritte di getto durante notti insonni.
Spunti di ascolto e riflessione.
Un calderone mediatico che utilizza il mio punto di vista.
Una medicina: condividere è guarire.
mercoledì 4 giugno 2008
domenica 18 maggio 2008
DISINTEGRATION
Ieri sera ho guardato il mio comodino, gremito di tascabili economici, riviste di architettura, magazine musicali e fumetti.
Al centro troneggiava "L'Ulisse", imperiale come la portata principale di una sontuosa cena.
I mezzi di informazione mi hanno ormai abituato a rapidi cambi di inquadratura, servizi veloci e sfiziosi, la stasi annoia, così mi ritrovo la bocca dello stomaco così stretta che sono costretto a rapidi assaggi di tutto.
Anche se le dimensioni del mio ego sono smisurate, non posso sottrarmi alla visione del mondo.
Degli sporadici lunghi aperitivi minano la mia salute, fatti di ciotoline di cous-cous con gamberetti, wurstel con patate, fritturine, persino i toast e i tramezzini li tagliano per renderli più appetibili, in questa logica dello sminuzzare.
Pezzetti di cibo sbriciolati, frammentini di sostanze più o meno caloriche inghiottiti a profusione.
Informazioni parziali e decontestualizzate passano sullo schermo, prive del peso che dovrebbero avere, loro sono contenti, noi le ingurgiteremo senza alcun problema, prese a piccole dosi così come ci vengono offerte.
Forse, un giorno, riuscirò ad affrontare Joyce come ogni tanto affronto uno stinco di maiale, un pranzo a base di lesso, una costata da un chilo.
Come una regale pietanza me lo gusterò.
Avulso da questo vivere sociale all'insegna dell'happy hour.
Scevro dai condizionamenti di questa nouvelle cuisine dell'informare e intrattenere.
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Ascoltando:
The Cure, Disintegration, 1989
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Al centro troneggiava "L'Ulisse", imperiale come la portata principale di una sontuosa cena.
I mezzi di informazione mi hanno ormai abituato a rapidi cambi di inquadratura, servizi veloci e sfiziosi, la stasi annoia, così mi ritrovo la bocca dello stomaco così stretta che sono costretto a rapidi assaggi di tutto.
Anche se le dimensioni del mio ego sono smisurate, non posso sottrarmi alla visione del mondo.
Degli sporadici lunghi aperitivi minano la mia salute, fatti di ciotoline di cous-cous con gamberetti, wurstel con patate, fritturine, persino i toast e i tramezzini li tagliano per renderli più appetibili, in questa logica dello sminuzzare.
Pezzetti di cibo sbriciolati, frammentini di sostanze più o meno caloriche inghiottiti a profusione.
Informazioni parziali e decontestualizzate passano sullo schermo, prive del peso che dovrebbero avere, loro sono contenti, noi le ingurgiteremo senza alcun problema, prese a piccole dosi così come ci vengono offerte.
Forse, un giorno, riuscirò ad affrontare Joyce come ogni tanto affronto uno stinco di maiale, un pranzo a base di lesso, una costata da un chilo.
Come una regale pietanza me lo gusterò.
Avulso da questo vivere sociale all'insegna dell'happy hour.
Scevro dai condizionamenti di questa nouvelle cuisine dell'informare e intrattenere.
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Ascoltando:
The Cure, Disintegration, 1989
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sabato 19 aprile 2008
Fuochi nella notte (di San Giovanni) - seconda parte = The Robots
L'Unione Europea, non sapendo dove spendere le proprie "fortune", finanzierà un progetto da dieci milioni di euro, denominato Lirec (Living with robots and interacting companions).
Dieci studiosi appartenenti a sette paesi della comunità, per quattro anni condurranno ricerche per istruire partner interattivi di silicio.
I professori e docenti, tra cui Peter McOwan, si domandano che tipo di peculiarità debba avere un compagno per essere appetibile da noi.
Si presume che una persona estroversa desidererà un robot dall'aspetto umanoide, mentre quelli più timidi si doteranno di macchine più lontane dalle nostre sembianze.
Potremo così modellare a nostro piacimento il nostro robot per poter vivere meglio e con meno assilli.
Il nostro amico si preoccuperà di avvisarci se il frigo è vuoto, se il nonno ha preso le pillole, se i nostri figli hanno fatto i compiti.
Immagino che questo sia il "lapis exilis" dell'egocentrismo.
Finalmente potremo (con innumerevole dispendio di energie) "educare" la nostra convivente.
Trasformarla nell'idea di partner che abbiamo stampato in testa.
Ci resta sederci e osservare il risultato di queste operazioni, a mio avviso inutili.
Sempre che queste "fantastiche" scoperte abbiano a breve un seguito.
La tecnologia fa passi da gigante, noi piccoli esseri ci sediamo sulle sue spalle e ci fregiamo di una statura che in realtà non abbiamo.
Probabilmente un domani, sfiniti da innumerevoli serie di ordini per plasmare un essere fatto di fusibili, continueremo alla sera a riempire topless bar e squallidi night.
In cerca di ciò che, durante il giorno, guardiamo con nausea da ipocriti.
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Ascoltando:
Kraftwerk, The Man-Machine, 1978
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Dieci studiosi appartenenti a sette paesi della comunità, per quattro anni condurranno ricerche per istruire partner interattivi di silicio.
I professori e docenti, tra cui Peter McOwan, si domandano che tipo di peculiarità debba avere un compagno per essere appetibile da noi.
Si presume che una persona estroversa desidererà un robot dall'aspetto umanoide, mentre quelli più timidi si doteranno di macchine più lontane dalle nostre sembianze.
Potremo così modellare a nostro piacimento il nostro robot per poter vivere meglio e con meno assilli.
Il nostro amico si preoccuperà di avvisarci se il frigo è vuoto, se il nonno ha preso le pillole, se i nostri figli hanno fatto i compiti.
Immagino che questo sia il "lapis exilis" dell'egocentrismo.
Finalmente potremo (con innumerevole dispendio di energie) "educare" la nostra convivente.
Trasformarla nell'idea di partner che abbiamo stampato in testa.
Ci resta sederci e osservare il risultato di queste operazioni, a mio avviso inutili.
Sempre che queste "fantastiche" scoperte abbiano a breve un seguito.
La tecnologia fa passi da gigante, noi piccoli esseri ci sediamo sulle sue spalle e ci fregiamo di una statura che in realtà non abbiamo.
Probabilmente un domani, sfiniti da innumerevoli serie di ordini per plasmare un essere fatto di fusibili, continueremo alla sera a riempire topless bar e squallidi night.
In cerca di ciò che, durante il giorno, guardiamo con nausea da ipocriti.
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Ascoltando:
Kraftwerk, The Man-Machine, 1978
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domenica 30 marzo 2008
FUOCHI NELLA NOTTE (DI SAN GIOVANNI)
La mia formazione universitaria e il mio lavoro, hanno portato il mio senso dell’equilibrio ad uno stadio innaturale.
Un progetto convoglia delle energie per la realizzazione di un qualcosa di stabile e immobile.
Appunto, immobile.
Nella vita reale le cose non vanno mica così.
Me ne sono ricordato l’estate scorsa.
Il passato insegna che io non imparo dal passato.
Una passione travolgente e (in quanto tale) breve, mi aveva fatto credere che sarebbero state le piccole virate sul mio comportamento, a rendere il rapporto vivibile.
Intuivo che da sola, la relazione, non sarebbe durata.
Forse era l’unica sensazione razionale che mi rimaneva.
Quella calda giornata, sulla panchina dei Giardini della Biennale, con il legno che si stava ancora asciugando dopo il temporale estivo, ho capito che per sperare in una lunga durata, un rapporto si deve avvalere del minor sforzo possibile.
Ogni azione, qualsiasi parola non detta, qualunque omissione e qualsivoglia tentativo di sovrapporre il proprio ideale di su chi ci sta di fronte, è energia dispersa per imbastire, a punti lunghissimi, un equilibrio precario.
Entropia regalata al sistema.
Meglio sarebbe conservare la vitalità per virate, voli e imprevisti, che continuare a disperdere nell’aere calorie per accontentarsi di rimanere, pateticamente, in piedi.
Lascio che le cose vadano come devono andare.
Ma non mi portino altrove.
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Ascoltando:
Consorzio Suonatori Indipendenti, Ko de mondo, 1994
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Un progetto convoglia delle energie per la realizzazione di un qualcosa di stabile e immobile.
Appunto, immobile.
Nella vita reale le cose non vanno mica così.
Me ne sono ricordato l’estate scorsa.
Il passato insegna che io non imparo dal passato.
Una passione travolgente e (in quanto tale) breve, mi aveva fatto credere che sarebbero state le piccole virate sul mio comportamento, a rendere il rapporto vivibile.
Intuivo che da sola, la relazione, non sarebbe durata.
Forse era l’unica sensazione razionale che mi rimaneva.
Quella calda giornata, sulla panchina dei Giardini della Biennale, con il legno che si stava ancora asciugando dopo il temporale estivo, ho capito che per sperare in una lunga durata, un rapporto si deve avvalere del minor sforzo possibile.
Ogni azione, qualsiasi parola non detta, qualunque omissione e qualsivoglia tentativo di sovrapporre il proprio ideale di su chi ci sta di fronte, è energia dispersa per imbastire, a punti lunghissimi, un equilibrio precario.
Entropia regalata al sistema.
Meglio sarebbe conservare la vitalità per virate, voli e imprevisti, che continuare a disperdere nell’aere calorie per accontentarsi di rimanere, pateticamente, in piedi.
Lascio che le cose vadano come devono andare.
Ma non mi portino altrove.
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Ascoltando:
Consorzio Suonatori Indipendenti, Ko de mondo, 1994
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venerdì 21 marzo 2008
MUSIC LOVER
La visione questa sera del film "Woodstock" (ho sinceramente perso il conto delle volte), mi ha fatto riflettere al modo di fruire la musica live oggi.
A parte i concetti di uso indiscriminato di droghe, più o meno leggere, la condivisione di tutto e la libertà, mi ha colpito l’esecuzione.
Gli artisti che si esibivano sul palco erano semplicemente veicolo di emozioni, il significato di esecuzione perfetta era lontano anni luce.
Richie Havens è arrivato sul palco con la sua chitarra logora dal suo suonare "a braccio", istintivo e poco attento alla quintessenza.
Il pubblico non si aspettava minimamente la compiuta corrispondenza dei brani contenuti negli album, semplicemente attendeva l’artista e la trasmissione di vibrazioni, qualsiasi fosse il ri-arrangiamento, la revisione, lo stravolgimento del pezzo.
Era un periodo in cui si vendevano molti album, 33 e 45 giri, il musicista poteva permettersi tranquillamente anche di non uscire dallo studio.
L’esibizione live era una scelta, non una necessità.
Ultimamente assisto sempre di più a esibizioni iperprodotte, ricche di basi DAT e sequencer che colmano lacune acustiche.
Un continuo rincorrere l’impossibile.
I Queen, gruppo peraltro che non amo, si esibirono a Wembley semplicemente in quattro.
Erano notoriamente conosciuti per le maniacali sovraincisioni presenti negli album, resero però giustizia ai brani, interpretandoli live da soli.
Un concetto di "vivo" oramai perso.
Figli di musica pretesa oramai come gratuita, ci subiamo concerti stucchevoli e distanti.
Unico sostentamento, di artisti irreali.
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Ascoltando:
AA.VV., Woodstock, 1970
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A parte i concetti di uso indiscriminato di droghe, più o meno leggere, la condivisione di tutto e la libertà, mi ha colpito l’esecuzione.
Gli artisti che si esibivano sul palco erano semplicemente veicolo di emozioni, il significato di esecuzione perfetta era lontano anni luce.
Richie Havens è arrivato sul palco con la sua chitarra logora dal suo suonare "a braccio", istintivo e poco attento alla quintessenza.
Il pubblico non si aspettava minimamente la compiuta corrispondenza dei brani contenuti negli album, semplicemente attendeva l’artista e la trasmissione di vibrazioni, qualsiasi fosse il ri-arrangiamento, la revisione, lo stravolgimento del pezzo.
Era un periodo in cui si vendevano molti album, 33 e 45 giri, il musicista poteva permettersi tranquillamente anche di non uscire dallo studio.
L’esibizione live era una scelta, non una necessità.
Ultimamente assisto sempre di più a esibizioni iperprodotte, ricche di basi DAT e sequencer che colmano lacune acustiche.
Un continuo rincorrere l’impossibile.
I Queen, gruppo peraltro che non amo, si esibirono a Wembley semplicemente in quattro.
Erano notoriamente conosciuti per le maniacali sovraincisioni presenti negli album, resero però giustizia ai brani, interpretandoli live da soli.
Un concetto di "vivo" oramai perso.
Figli di musica pretesa oramai come gratuita, ci subiamo concerti stucchevoli e distanti.
Unico sostentamento, di artisti irreali.
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Ascoltando:
AA.VV., Woodstock, 1970
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mercoledì 12 marzo 2008
OLD MAN
Nella maggior parte delle culture di aggregazione sociale, l’anziano è colui che detiene la saggezza.
Di fronte ai suoi occhi sono scorse molte stagioni, centinaia di foglie sono cadute ai suoi piedi.
Tutta la tribù porta rispetto per il decano, chiede consiglio e si prostra di fronte alle sue decisioni.
Sinceramente non riesco a rapportare a oggi il concetto di vecchiaia, a trasporlo nel contemporaneo.
Probabilmente, nel medioevo, una persona veniva considerata anziana a soli quarant’anni.
Alessandro Magno non compì mai quell’età, ma a sedici anni era al comando dell’impero Macedone, mentre suo padre era impegnato nell’assedio di Bisanzio.
Oggi, se la politica è lo specchio della società, ci ritroviamo di fronte ad un monopolio di attempati.
Settantenni sostenitori del concetto NIMB, incapaci di delegare, che si propongono come unici salvatori di una situazione solo a loro chiara.
Ne ho visti troppi dalle mie parti ragionare in questo modo.
Di fronte ai suoi occhi sono scorse molte stagioni, centinaia di foglie sono cadute ai suoi piedi.
Tutta la tribù porta rispetto per il decano, chiede consiglio e si prostra di fronte alle sue decisioni.
Sinceramente non riesco a rapportare a oggi il concetto di vecchiaia, a trasporlo nel contemporaneo.
Probabilmente, nel medioevo, una persona veniva considerata anziana a soli quarant’anni.
Alessandro Magno non compì mai quell’età, ma a sedici anni era al comando dell’impero Macedone, mentre suo padre era impegnato nell’assedio di Bisanzio.
Oggi, se la politica è lo specchio della società, ci ritroviamo di fronte ad un monopolio di attempati.
Settantenni sostenitori del concetto NIMB, incapaci di delegare, che si propongono come unici salvatori di una situazione solo a loro chiara.
Ne ho visti troppi dalle mie parti ragionare in questo modo.
Persone attaccate morbosamente alla "fabbrichetta", incapaci di far svolgere le proprie mansioni a qualsiasi altro essere.
Uomini che sul letto di morte vedono crollare, ai piedi del loro capezzale, le fatiche di una vita.
Uomini che sul letto di morte vedono crollare, ai piedi del loro capezzale, le fatiche di una vita.
Individui incapaci di lasciare il proprio posto a chi tocca.
Viviamo in una nazione di persone che non sono in grado di rendersi conto che il tempo scorre, inguaribili adolescenti e malinconici adulti.
Mai che gli uni e gli altri si rendano conto di dover lasciare il passo alle nuove generazioni.
Probabilmente siamo alla deriva perché nessuno ci lascia la possibilità di essere attivi in quello che facciamo.
Nel corso del tempo, l’immagine di anziano che condivide la proprie esperienza, è sostituita da una rappresentazione di un triste avaro.
Nella tomba porterà con se i suoi segreti.
Viviamo in una nazione di persone che non sono in grado di rendersi conto che il tempo scorre, inguaribili adolescenti e malinconici adulti.
Mai che gli uni e gli altri si rendano conto di dover lasciare il passo alle nuove generazioni.
Probabilmente siamo alla deriva perché nessuno ci lascia la possibilità di essere attivi in quello che facciamo.
Nel corso del tempo, l’immagine di anziano che condivide la proprie esperienza, è sostituita da una rappresentazione di un triste avaro.
Nella tomba porterà con se i suoi segreti.
Ricchezza mai condivisa.
Di un vecchio uomo.
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Ascoltando:
Neil Young, Harvest, 1972
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Di un vecchio uomo.
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Ascoltando:
Neil Young, Harvest, 1972
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