Pochi giorni fa, discutendo con un mio collega riguardo le cure sul cancro, ero come al solito a fare la parte dell’avvocato del diavolo.
Lui portava la sua esperienza, mentre io ponevo dubbi assimilabili alle teorie sulla cospirazione, sull’industria farmaceutica, su chi si arricchisce con i malati terminali.
Mi ha decisamente colpito la sua conclusione che verteva sulla bontà della gente.
Io non penso che la collettività sia buona.
Immaginando il mondo come un sistema chiuso, dotato di forze interne che si svincolano da agenti esterni, credo che tutta l’energia che si spende tenda più al male che al bene.
Una mefistofelica entropia.
L’uomo di per sé è un organismo vivente che tende a sopraffare il prossimo, ad eliminare tutto ciò possa minacciare la sua idea di libertà.
All’ultima biennale di Architettura di Venezia, titolata “Architecture Beyond Building”, erano presentate delle città utopiche.
Metropoli pensate come edifici inseriti nel verde, dove l’uomo e gli animali cercano, a mio parere inutilmente, di convivere in una foresta di cemento e vegetazione selvaggia.
In qualsiasi micro comunità, il più cattivo, colui che impone le sue idee con la forza, lo “stronzo” insomma, prevale sul resto della società.
Sono arrivato a pensare che non è lo stress a generare persone dal carattere intrattabile, ma sono le persone intrattabili a scalare le vette.
Il mondo tende al male semplicemente perché gli esempi di rettitudine, ci sono stati sempre imposti con la forza.
Il nostro accettare sommessamente tali imposizioni, è stato sempre frutto dell’ignoranza, del terrore di una scomunica che sarebbe equivalsa all’esclusione dalla stessa società.
Il bene è un’imposizione, non una scelta naturale, istintiva.
Le domande che ci poniamo ogni giorno, i dubbi su ogni notizia che trasmettono in televisione non sono quindi frutto di psicosi, di “grillismi” o di timori da cospirazione.
Sono semplicemente frammenti del nostro istinto di sopravvivenza, annientato da anni di benessere.
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Ascoltando:
David Sylvian, Gone to Earth, 1986
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Immagini e idee lasciate decantare, scritte di getto durante notti insonni.
Spunti di ascolto e riflessione.
Un calderone mediatico che utilizza il mio punto di vista.
Una medicina: condividere è guarire.
sabato 11 ottobre 2008
giovedì 25 settembre 2008
LAND'S END (SINELINE)
L'idea di un mondo determinato, racchiudibile all'interno di limiti definiti, mi ha da sempre incuriosito.
Il nostro modo di rappresentare gli oggetti, secondo un punto di vista antropocentrico, prevede da tempo l’utilizzo del concetto di “infinito”.
Le linee che convergono in uno o più punti di fuga è squisitamente occidentale, si possono trovare infatti esempi di prospettiva anche in alcuni edifici a Pompei.
In oriente era tutto più semplice, enormi rotoli venivano stesi raffigurando infiniti orizzonti dove le persone avevano senso di esistere perché “poggiate” su di una linea, un po’ come accade nella Colonna Traiana.
Per uno come me la fine arriva sempre, o quasi, subito.
Da piccolo avevo cominciato a scrivere al contrario, per firmare i miei disegni, partendo dall’angolo in basso a destra del foglio.
Dal limite ultimo.
Un mancino riesce normalmente a mimetizzarsi in mezzo alla società, il suo handicap è a volte impercettibile, naturalmente non rimane inosservato di fronte ai suoi simili.
Il ritrovarmi però a sfogliare le riviste tutte le volte dalla fine, a guardare prima la pagina 46, poi Bartezzaghi e poi vedere comparire la dicitura “la rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione” è quanto meno curioso.
Si, perché noi “scorretti”, sfogliamo tutta la carta stampata con il pollice della mano sinistra.
Ogni volta che guardo un libro preso da uno scaffale, lo scorro al contrario, distogliendo lo sguardo all’inizio, per sottrarmi al misterioso finale.
A seguito arrivano le prime parole, gli occhi si muovono mentre, in un gesto acrobatico, si compie “il passaggio di mano”.
Quando hai ogni volta la fine di fronte, tutto ti sembra così ordinato.
La tua è una percezione distorta della realtà, ti senti un po’ come Max Tivoli.
Malinconico, con lo sguardo spento, pieno di rimpianti, ma speranzoso.
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Ascoltando:
Van der Graaf Generator, Pawn Hearts, 1971
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Il nostro modo di rappresentare gli oggetti, secondo un punto di vista antropocentrico, prevede da tempo l’utilizzo del concetto di “infinito”.
Le linee che convergono in uno o più punti di fuga è squisitamente occidentale, si possono trovare infatti esempi di prospettiva anche in alcuni edifici a Pompei.
In oriente era tutto più semplice, enormi rotoli venivano stesi raffigurando infiniti orizzonti dove le persone avevano senso di esistere perché “poggiate” su di una linea, un po’ come accade nella Colonna Traiana.
Per uno come me la fine arriva sempre, o quasi, subito.
Da piccolo avevo cominciato a scrivere al contrario, per firmare i miei disegni, partendo dall’angolo in basso a destra del foglio.
Dal limite ultimo.
Un mancino riesce normalmente a mimetizzarsi in mezzo alla società, il suo handicap è a volte impercettibile, naturalmente non rimane inosservato di fronte ai suoi simili.
Il ritrovarmi però a sfogliare le riviste tutte le volte dalla fine, a guardare prima la pagina 46, poi Bartezzaghi e poi vedere comparire la dicitura “la rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione” è quanto meno curioso.
Si, perché noi “scorretti”, sfogliamo tutta la carta stampata con il pollice della mano sinistra.
Ogni volta che guardo un libro preso da uno scaffale, lo scorro al contrario, distogliendo lo sguardo all’inizio, per sottrarmi al misterioso finale.
A seguito arrivano le prime parole, gli occhi si muovono mentre, in un gesto acrobatico, si compie “il passaggio di mano”.
Quando hai ogni volta la fine di fronte, tutto ti sembra così ordinato.
La tua è una percezione distorta della realtà, ti senti un po’ come Max Tivoli.
Malinconico, con lo sguardo spento, pieno di rimpianti, ma speranzoso.
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Ascoltando:
Van der Graaf Generator, Pawn Hearts, 1971
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sabato 13 settembre 2008
POLVERE
E' stata la visione delle splendide opere del fotografo goriziano Kusterle (grazie PV della segnalazione), il motivo che mi ha spinto a scrivere su questo tema.
Le definisco opere perché mi sembra riduttivo parlare di ritratti, fotografie.
Il solito pretesto del tema è il titolo di una canzone, un brano di Ruggeri che ho iniziato ad amare sin da piccolo, assieme a "Il mare d'inverno".
Spesso passo giornate chiuso in ufficio, riparato dall'esterno da spesse finestre ermetiche, respirando la brezza che spira dal climatizzatore.
A volte penso che il mondo sterilizzato in cui vive Michael Jackson, più che una follia, sia semplicemente l'opera di un visionario.
La chirurgia estetica, lo sbiancamento della pelle, la camera iperbarica in cui dorme sembrano più che mai attuali a distanza di vent'anni.
Per la nostra cultura estetica, gli oggetti su cui si è posata la patina del tempo, i mobili poveri e vecchi ruderi, recuperano valore solo perché consunti, non perché abbiano una valenza artistica.
Ogni giorno mi ritrovo costretto a sopportare con un continuo rumore di fondo, un brusio visivo.
Arte digitale artificialmente sporcata.
Le fotografie che ho visto mi hanno ricordato i pezzi di legno che trovavo da piccolo sul bagnasciuga, restituiti dal mare, consumati dalla salsedine e dalla sabbia.
Siamo affascinati dal passare del tempo e dagli oggetti che esso ci regala, anche se sono frutto di un solo granello di polvere.
Forse sono solo perle per i porci.
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Ascoltando:
Enrico Ruggeri, Polvere, 1999
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Le definisco opere perché mi sembra riduttivo parlare di ritratti, fotografie.
Il solito pretesto del tema è il titolo di una canzone, un brano di Ruggeri che ho iniziato ad amare sin da piccolo, assieme a "Il mare d'inverno".
Spesso passo giornate chiuso in ufficio, riparato dall'esterno da spesse finestre ermetiche, respirando la brezza che spira dal climatizzatore.
A volte penso che il mondo sterilizzato in cui vive Michael Jackson, più che una follia, sia semplicemente l'opera di un visionario.
La chirurgia estetica, lo sbiancamento della pelle, la camera iperbarica in cui dorme sembrano più che mai attuali a distanza di vent'anni.
Per la nostra cultura estetica, gli oggetti su cui si è posata la patina del tempo, i mobili poveri e vecchi ruderi, recuperano valore solo perché consunti, non perché abbiano una valenza artistica.
Ogni giorno mi ritrovo costretto a sopportare con un continuo rumore di fondo, un brusio visivo.
Arte digitale artificialmente sporcata.
Le fotografie che ho visto mi hanno ricordato i pezzi di legno che trovavo da piccolo sul bagnasciuga, restituiti dal mare, consumati dalla salsedine e dalla sabbia.
Siamo affascinati dal passare del tempo e dagli oggetti che esso ci regala, anche se sono frutto di un solo granello di polvere.
Forse sono solo perle per i porci.
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Ascoltando:
Enrico Ruggeri, Polvere, 1999
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martedì 26 agosto 2008
BITTER END
Quando non ho tempo agisco.
Quando ho tempo rifletto e agisco.
Quando ho molto tempo, rifletto e non agisco.
Certi viaggi solitari in automobile per la campagna veneta, a volte sono deleteri.
I pensieri si sovrappongono.
Soprattutto se sei in vacanza e hai tutto il tempo che la routine quotidiana ti mangia.
Momo di Michael Ende fuggiva dagli uomini grigi che perlustravano il mondo in cerca di tempo.
Rubavano il tempo.
Per capire la lentezza era costretta a seguire una tartaruga, non quella Huysmans.
Lenta sì, ma non a ritroso.
Mi servirebbe molto tempo per capire se il disegno che sto tracciando, segue le rigorose e magnifiche leggi della pittura ad acquerello.
Nell'acquerello si continua a tracciare segni, prima delicati e diffusi, per poi arrivare a tratti scuri.
L'agire su alcune parti dell'opera e gettarsi su altre permette alle figure di delinearsi, di stagliarsi sulla superficie.
Non c'è alcun modo di poter tornare indietro, l'errore si deve rimediare subito, altrimenti la carta assorbe velocemente.
E' vietato l'uso del bianco per aggiustare, trasfigurerebbe la leggerezza dell'acqua in un pastone buono per un trogolo.
C'è un punto in cui si arriva alla saturazione, ci si rende conto che l'opera è finita come quando si guarda uno spaghetto e si capisce che è cotto.
E non serve aggiungere altro.
L'ultimo gesto, a volte, fa parte di un amaro finale.
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Ascoltando:
Roxy Music, Roxy Music, 1972
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Quando ho tempo rifletto e agisco.
Quando ho molto tempo, rifletto e non agisco.
Certi viaggi solitari in automobile per la campagna veneta, a volte sono deleteri.
I pensieri si sovrappongono.
Soprattutto se sei in vacanza e hai tutto il tempo che la routine quotidiana ti mangia.
Momo di Michael Ende fuggiva dagli uomini grigi che perlustravano il mondo in cerca di tempo.
Rubavano il tempo.
Per capire la lentezza era costretta a seguire una tartaruga, non quella Huysmans.
Lenta sì, ma non a ritroso.
Mi servirebbe molto tempo per capire se il disegno che sto tracciando, segue le rigorose e magnifiche leggi della pittura ad acquerello.
Nell'acquerello si continua a tracciare segni, prima delicati e diffusi, per poi arrivare a tratti scuri.
L'agire su alcune parti dell'opera e gettarsi su altre permette alle figure di delinearsi, di stagliarsi sulla superficie.
Non c'è alcun modo di poter tornare indietro, l'errore si deve rimediare subito, altrimenti la carta assorbe velocemente.
E' vietato l'uso del bianco per aggiustare, trasfigurerebbe la leggerezza dell'acqua in un pastone buono per un trogolo.
C'è un punto in cui si arriva alla saturazione, ci si rende conto che l'opera è finita come quando si guarda uno spaghetto e si capisce che è cotto.
E non serve aggiungere altro.
L'ultimo gesto, a volte, fa parte di un amaro finale.
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Ascoltando:
Roxy Music, Roxy Music, 1972
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ARIA DI RIVOLUZIONE
E' un periodo strano questo il mio.
Ho sempre amato stare tra la gente e parlare, carpirne le emozioni, le paure, le speranze e le sensazioni che prova.
Forse è stato mio padre che, attraverso le sue parole e i suoi racconti, mi ha trasmesso questa indole indagatrice.
Da buon responsabile del personale e cacciatore di teste, è stato sempre un buon osservatore.
A differenza dei suoi parametri, secondo me per poter studiare le persone, non basta una buona capacità visiva.
Per entrare dentro un intricato groviglio di reti emozionali è necessario soffermarsi su impercettibili movimenti delle mani, di come gli occhi roteano mentre si sostiene una conversazione.
I piedi mentre che si contraggono involontariamente mentre si esprime un'opinione.
Quello che sento in particolare da qualche mese a questa parte, è rabbia.
Odio.
Odio verso le istituzioni, rabbia verso chi ci rappresenta seduto su di una poltrona di pelle umana.
La nostra pelle.
Sinceramente non so è a causa della pubblicazione del libro "La casta", o delle battaglie contro i mulini a vento di Beppe Grillo, ma questa brezza leggera non mi sta per niente rinfrescando.
Come un caldo vento proveniente dal deserto, mi secca.
Studenti, lavoratori e pensionati mi parlano di insurrezione.
Gli stranieri che non hanno né lavoro né integrazione si prendono già con la forza ciò che non gli spetta.
Forse ci sono tanti modi di poterci slegare da questa empasse, io sinceramente non vedo un'alba per questo sistema politico.
Eppure il vento soffia ancora.
E' la nostra immagine di democrazia, più forte della loro.
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Ascoltando:
Franco Battiato, Sulle corde di Aries, 1973
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Ho sempre amato stare tra la gente e parlare, carpirne le emozioni, le paure, le speranze e le sensazioni che prova.
Forse è stato mio padre che, attraverso le sue parole e i suoi racconti, mi ha trasmesso questa indole indagatrice.
Da buon responsabile del personale e cacciatore di teste, è stato sempre un buon osservatore.
A differenza dei suoi parametri, secondo me per poter studiare le persone, non basta una buona capacità visiva.
Per entrare dentro un intricato groviglio di reti emozionali è necessario soffermarsi su impercettibili movimenti delle mani, di come gli occhi roteano mentre si sostiene una conversazione.
I piedi mentre che si contraggono involontariamente mentre si esprime un'opinione.
Quello che sento in particolare da qualche mese a questa parte, è rabbia.
Odio.
Odio verso le istituzioni, rabbia verso chi ci rappresenta seduto su di una poltrona di pelle umana.
La nostra pelle.
Sinceramente non so è a causa della pubblicazione del libro "La casta", o delle battaglie contro i mulini a vento di Beppe Grillo, ma questa brezza leggera non mi sta per niente rinfrescando.
Come un caldo vento proveniente dal deserto, mi secca.
Studenti, lavoratori e pensionati mi parlano di insurrezione.
Gli stranieri che non hanno né lavoro né integrazione si prendono già con la forza ciò che non gli spetta.
Forse ci sono tanti modi di poterci slegare da questa empasse, io sinceramente non vedo un'alba per questo sistema politico.
Eppure il vento soffia ancora.
E' la nostra immagine di democrazia, più forte della loro.
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Franco Battiato, Sulle corde di Aries, 1973
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venerdì 8 agosto 2008
SI E’ SPENTO IL SOLE
Non sono uno sportivo, se devo essere sincero non mi piace neanche guardarlo in televisione.
Quest'anno il tema delle Olimpiadi era sulla bocca di tutti.
Ci sono i problemi del Tibet, dei diritti umani calpestati nonché l'inquinamento insostenibile.
Nessun accenno allo sport.
Nella mia ignoranza riguardo i giochi, frutto anche della solita disinformazione alla quale cerco giornalmente di sottrarmi, ho deciso di assaporare l'arte elegante che sapevo mi avrebbero regalato i nostri cari amici pechinesi.
Un'incredibile escalation di frammenti di teatro, arte circense, musica, ripercorrendo la storia del paese.
Un turbinio di colori e luci.
Fiamme nella notte.
La notte.
Di giorno la cosa è ben diversa.
A Pechino si è spento il sole.
Le immagini dei giorno scorsi mostravano una città colpita da una nebbia perenne che impedisce ai raggi dell'astro di raggiungere direttamente la città.
La questione dell'inquinamento per me è marginale, almeno in questo frangente.
Nei suoi scritti, Le Corbusier nobilitava i semplici silos ad esempi di architettura, quest'ultima era descritta come il sapiente gioco dei volumi assemblati nella luce.
Ecco il mio stupore.
Uno stupore ignorante avulso dai fenomeni di geopolitica e dell'inquinamento planetario.
Mi colpiscono le immagini.
Se diventano offuscate, nebulose, opache, completamente senza contrasto, che cosa può colpire la nostra attenzione, cosa può toccare le nostre corde?
Silenzio.
Un'esistenza cieca e silenziosa, vissuta sotto una coperta di polveri sottili.
Si è spento il sole, chi l'ha spento?
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Ascoltando:
Vinicio Capossela, L'Indispensabile, 2003
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Quest'anno il tema delle Olimpiadi era sulla bocca di tutti.
Ci sono i problemi del Tibet, dei diritti umani calpestati nonché l'inquinamento insostenibile.
Nessun accenno allo sport.
Nella mia ignoranza riguardo i giochi, frutto anche della solita disinformazione alla quale cerco giornalmente di sottrarmi, ho deciso di assaporare l'arte elegante che sapevo mi avrebbero regalato i nostri cari amici pechinesi.
Un'incredibile escalation di frammenti di teatro, arte circense, musica, ripercorrendo la storia del paese.
Un turbinio di colori e luci.
Fiamme nella notte.
La notte.
Di giorno la cosa è ben diversa.
A Pechino si è spento il sole.
Le immagini dei giorno scorsi mostravano una città colpita da una nebbia perenne che impedisce ai raggi dell'astro di raggiungere direttamente la città.
La questione dell'inquinamento per me è marginale, almeno in questo frangente.
Nei suoi scritti, Le Corbusier nobilitava i semplici silos ad esempi di architettura, quest'ultima era descritta come il sapiente gioco dei volumi assemblati nella luce.
Ecco il mio stupore.
Uno stupore ignorante avulso dai fenomeni di geopolitica e dell'inquinamento planetario.
Mi colpiscono le immagini.
Se diventano offuscate, nebulose, opache, completamente senza contrasto, che cosa può colpire la nostra attenzione, cosa può toccare le nostre corde?
Silenzio.
Un'esistenza cieca e silenziosa, vissuta sotto una coperta di polveri sottili.
Si è spento il sole, chi l'ha spento?
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Ascoltando:
Vinicio Capossela, L'Indispensabile, 2003
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